Scegli. Se puoi. Quando l’istruzione limita la sordità

– Ho deciso, voglio fare il Classico.
– Stai buona, lo sai che non puoi farlo, sei sorda.
– ma che c’entra?
– C’entra: come farai a seguire le lezioni?
– Ma…[sì, perchè non ci avevo pensato!]

In classe. Ci distribuiscono dei libricini di orientamento scolastico.
– Professore, secondo lei io che cosa dovrei scegliere?
– Vai a pagina settantasei

Ok, 76. Sfoglio, la trovo. E sento già le lacrime farsi strada, un enorme sforzo per frenarle.
– Ma perché, professore?
– Secondo me, puoi cavartela benissimo in quella scuola. È una buona scuola.
– Non capisco, davvero, non capisco, ho qualcosa che non va? Perché proprio lì?
– Perché, che cosa c’è che non ti convince?
– Ma qui…qui…all’Accademia d’arte bianca?
La classe ride, io invece no.
– Ma no, a pagina sessantasei, non settantasei!
– Ah, mi scusi. È che, labialmente, sessantasei e settantasei sono praticamente identici.     Quindi…anche lei è convinto che dovrei fare Ragioneria? Perché non il Classico?
– Credimi, il Liceo è molto difficile…avrai sempre bisogno d’aiuto.

Giù il sipario, cambio scena.
Sono nella biblioteca dell’ITC, Istituto Tecnico Commerciale, Ragioneria, quella roba lì. È una giornata dedicata all’orientamento scolastico. Una professoressa di Lettere mi fa fare un giro tra i libri: “quando verrai qui, potrai prendere in prestito tutti i libri che vorrai”.
Fu così che mi convinsi che, dai, in fondo, Ragioneria non fosse così male.

Travagli, fatiche, gioie, voti bassi, bassissimi e voti alti, mai una volta che riuscissi a copiare qualcosa nei compiti in classe, perché perennemente in prima fila sotto la stretta osservazione dei professori –veramente molto bravi e presenti- e delle mie diverse insegnanti di sostegno, le maledette spie. Quelle che trascrivevano ciò che i professori spiegavano, qualche lezione in più anche a casa in economia politica, fisica e informatica. Rifiutandomi categoricamente –addirittura vincendo- di aver il sostegno nelle ore di Lettere e Storia, proprio quelle ore di intensiva lettura labiale rispetto agli esercizi pratici, appunti sui libri e scritte alla lavagna. Ancora oggi mi chiedo il motivo. Idiota io.
Inglese e Francese: certo, nessun problema, no, aspettate, magari leviamo le interrogazioni orali in queste due lingue…
– Perché non posso farle?
– Perché sei sorda, non lavorerai mai all’estero così.
Però. Ho avuto fortuna con la C maiuscola: “ripensandoci, nelle interrogazioni orali puoi leggere i brani in inglese e in francese a voce per correggerti la pronuncia, infine puoi tradurli in italiano su un foglio per valutare la tua comprensione dei testi, cose così”. Cose così che mi hanno permesso di andare avanti, non indietro. Grazie, professoresse, proprio voi che non avevate proprio idea di che cosa fosse veramente la sordità. Eppure…! (a parte il discorso sui sordi all’estero, ma io ancora non sapevo che fosse possibile).
Stenografia. Prima lezione. La professoressa mi fissava e io mi aspettavo che dicesse: “…forse non è il caso che tu la impari, data la particolarità della materia che implica il saper prendere appunti in minor tempo possibile, senza nessuna possibilità di fermare l’interlocutore per farsi ripetere quanto non capito.”
E invece no, esordì così: “Foa, siccome non puoi seguire il mio labiale e fare esercizi di trascrizione in contemporanea, ti preparo un testo scritto su un foglio e ti do un limite di tempo…”
Con gli stessi criteri di valutazione attribuiti a tutta la classe. Un ossimoro. Ma andò così.

Cinque anni di fissa lettura labiale, circa sette ore al giorno. Un giorno che osai cambiare banco mettendomi proprio in fondo, nell’ultima fila, fui immediatamente beccata: “Foa, non fare la cretina, così non riesci a leggermi le labbra, ritorna in prima fila”. Avevano già capito loro molto prima che ci arrivassi io, col concetto di ‘accessibilità alle lezioni’.

Poi arriva l’Università. E tutto si ribaltò.
Non più professori a stretto contatto con te, niente più lezioni letteralmente frontali, ma almeno esentata da tasse universitarie grazie alla mia disabilità uditiva, però con mie (di papà) risorse economiche prontamente investite nella copertura dei servizi di interpretariato Italiano/LIS, almeno nei primi due anni perché ancora non era “usuale”. Parlo di 15 anni fa, ma oggi sembra che poco fosse cambiato. Se ‘secoli’ fa fosse a causa di bassa consapevolezza dell’importanza dell’accessibilità universitaria per mezzo di interpreti LIS e/o di sottotitolazione/stenotipia, oggi si tratta meramente di tagli alle risorse. Compresi quelli per la sola sottotitolazione.

Se prima puntavo al Classico, col senno di poi, avrei potuto anche farlo, ma pazienza.
Se prima puntavo all’Università, col senno di poi, avrei potuto farla, e infatti l’ho fatta.
Se prima puntavo alla Scuola di Specializzazione Quadriennale in Psicoterapia, col senno di poi, avrei potuto anche farla e finirla, e infatti sono ancora qui (ma questa è un’altra storia, più o meno).
E ora non so se puntare o meno a un Dottorato di Ricerca, ma la voglia di farlo è tanta. Col senno di oggi, non lo so. Facciamo però un passo indietro.

Parliamo di soldi. Tanti soldi, tantissimi. E sì che avevo pure le spalle coperte, grazie papà.
Tra l’iscrizione all’ordine degli psicologi e l’iscrizione a una scuola di specializzazione, ho fatto passare un anno buono, quasi due. Non per prendermi il tempo di decidere se continuare con la specializzazione, perché io avevo già deciso. Il problema era sordi=soldi.
Proprio così. Inutile negarlo.
Non era la somma quadriennale da sborsare che mi spaventava, nel senso che si trattava della stessa somma che avrebbero sborsato anche i miei colleghi. Non erano pochi, senza contare le tante notti passate fuori casa, in ritiro, con spese per i viaggi, hotel e pasti a nostro carico. Ma era una scelta nostra, solo nostra.
Però anche la sordità ti porta a far ulteriori scelte. La stessa sordità che ti porta ad autolimitarti.
“Ma dai, ce la puoi fare, sei intelligente”. Grazie per la stima, ma non è l’intelligenza che autonomamente mi favorisce l’accessibilità alle lezioni, no. Sono banalmente quegli strumenti che dovrebbero poter permettermi di accedere ai contenuti didattici con intelligenza.

Comunque, avevo già deciso.

Prime lezioni di specializzazione con Dragon Naturally Speaking, un programma di riconoscimento vocale. Parlo di dieci anni fa, diobono. La sera prima di ogni lezione con ogni nuovo docente, bontà loro, gli infilavo un microfono e gli registravo la voce per far “imparare” il programma.
E la mattina dopo tutto si ribaltava, sempre. Ritmicità, movimento, cambi improvvisi di tonalità, microfono che cadeva in continuazione, filo che si strappava, ripristino della voce, un furore di parolacce e di non-sense. Resistevo. Poi sbroccavo.
Basta, così non funziona, dicevo. Non funzionavano nemmeno più i miei “non ho capito quella parola/frase…a saperlo quale!” inducendo così compagni e professori a ripetermi addirittura gli ultimi cinque minuti di lezione (e non son pochi, credetemi). Disastro totale.
Ma il presidente della mia scuola, non so come, aveva ‘fiducia’ nelle mie capacità: “cercheremo tutti di parlare più lentamente e frontalmente”. Beata ingenuità: 8 ore al giorno e contemporaneamente gestire botta/risposta con altri miei colleghi, roba che neanche voi umani…
E così decisi di puntare sul servizio di interpretariato in LIS a mie spese, perché la mia era una scuola privata. “Ma se proprio ci tieni alla tua specializzazione, scegli una scuola pubblica”. Una scelta già molto limitativa, perché non mi era concessa la possibilità di vivere l’istruzione post-lauream come mio diritto, ma come scelta, o addirittura -a detta di qualcuno- ‘privilegio’ perché soldi ne avevamo.

Perché, è vero, è già tanto se si riescono a trovar delle risorse per permettere agli studenti sordi di arrivare alla laurea con servizi adeguati. Perché siamo ancora qui alla frase: “è già tanto se…” se ancora vedo molti sordi ritirarsi perché non riescono ad accedere alle lezioni universitarie? Certo che i servizi costano. Interpreti, sottotitolazione, tutto costa. Se gli togliete tutto, che cosa vi aspettate da loro, da me?
Ed è così che spesso mi sento addirittura un peso. Per la società che continua a ricordarmi quanto costi io a loro, allo Stato. E allora Stato non sia, gli interpreti me li pago io. Ma la scuola non mi permise di coprirmi almeno le spese per viaggi, hotel e pasti per gli interpreti affinché mi fornissero un servizio per me interamente accessibile, ma che anzi andavano a sommarsi alle mie di spese.
Così per quattro anni di fila. che cosa avrei dovuto fare? Mollare, rinunciare, accontentarmi di…che cosa? Non so. Dei corsi di aggiornamento non parliamo, poi.

Allora. Sono fortunata, veramente tanto fortunata perché avevo una buona copertura economica che mi permise di andare avanti. Ma non per sempre, perché rispetto a quanto veniva speso, era il quadruplo rispetto a quanto guadagno oggi, con il mio lavoro, con la mia formazione, la mia preparazione e… con la mia partita IVA. Giusto oggi ho pagato una quota annuale per l’Ordine degli Psicologi.
È con questo animo che devo ancora decidere se sentirmi autorizzata a far domanda per un Dottorato. In un posto dove si parla prevalentemente inglese. Ho già provato Siri settata in inglese. Funziona meglio che in italiano, quasi quasi… Poi una mia amica mi manda questa foto.

accesss

Accessibilità è : sottotitolazione & interpreti di ASL (non di LIS, perchè siamo a Washington) in contemporanea. (Fonte: Beatrice Mautino)

Che ne dite, vado all’estero?

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