Scegli. Se puoi. Quando l’istruzione limita la sordità

– Ho deciso, voglio fare il Classico.
– Stai buona, lo sai che non puoi farlo, sei sorda.
– ma che c’entra?
– C’entra: come farai a seguire le lezioni?
– Ma…[sì, perchè non ci avevo pensato!]

In classe. Ci distribuiscono dei libricini di orientamento scolastico.
– Professore, secondo lei io che cosa dovrei scegliere?
– Vai a pagina settantasei

Ok, 76. Sfoglio, la trovo. E sento già le lacrime farsi strada, un enorme sforzo per frenarle.
– Ma perché, professore?
– Secondo me, puoi cavartela benissimo in quella scuola. È una buona scuola.
– Non capisco, davvero, non capisco, ho qualcosa che non va? Perché proprio lì?
– Perché, che cosa c’è che non ti convince?
– Ma qui…qui…all’Accademia d’arte bianca?
La classe ride, io invece no.
– Ma no, a pagina sessantasei, non settantasei!
– Ah, mi scusi. È che, labialmente, sessantasei e settantasei sono praticamente identici.     Quindi…anche lei è convinto che dovrei fare Ragioneria? Perché non il Classico?
– Credimi, il Liceo è molto difficile…avrai sempre bisogno d’aiuto.

Giù il sipario, cambio scena.
Sono nella biblioteca dell’ITC, Istituto Tecnico Commerciale, Ragioneria, quella roba lì. È una giornata dedicata all’orientamento scolastico. Una professoressa di Lettere mi fa fare un giro tra i libri: “quando verrai qui, potrai prendere in prestito tutti i libri che vorrai”.
Fu così che mi convinsi che, dai, in fondo, Ragioneria non fosse così male.

Travagli, fatiche, gioie, voti bassi, bassissimi e voti alti, mai una volta che riuscissi a copiare qualcosa nei compiti in classe, perché perennemente in prima fila sotto la stretta osservazione dei professori –veramente molto bravi e presenti- e delle mie diverse insegnanti di sostegno, le maledette spie. Quelle che trascrivevano ciò che i professori spiegavano, qualche lezione in più anche a casa in economia politica, fisica e informatica. Rifiutandomi categoricamente –addirittura vincendo- di aver il sostegno nelle ore di Lettere e Storia, proprio quelle ore di intensiva lettura labiale rispetto agli esercizi pratici, appunti sui libri e scritte alla lavagna. Ancora oggi mi chiedo il motivo. Idiota io.
Inglese e Francese: certo, nessun problema, no, aspettate, magari leviamo le interrogazioni orali in queste due lingue…
– Perché non posso farle?
– Perché sei sorda, non lavorerai mai all’estero così.
Però. Ho avuto fortuna con la C maiuscola: “ripensandoci, nelle interrogazioni orali puoi leggere i brani in inglese e in francese a voce per correggerti la pronuncia, infine puoi tradurli in italiano su un foglio per valutare la tua comprensione dei testi, cose così”. Cose così che mi hanno permesso di andare avanti, non indietro. Grazie, professoresse, proprio voi che non avevate proprio idea di che cosa fosse veramente la sordità. Eppure…! (a parte il discorso sui sordi all’estero, ma io ancora non sapevo che fosse possibile).
Stenografia. Prima lezione. La professoressa mi fissava e io mi aspettavo che dicesse: “…forse non è il caso che tu la impari, data la particolarità della materia che implica il saper prendere appunti in minor tempo possibile, senza nessuna possibilità di fermare l’interlocutore per farsi ripetere quanto non capito.”
E invece no, esordì così: “Foa, siccome non puoi seguire il mio labiale e fare esercizi di trascrizione in contemporanea, ti preparo un testo scritto su un foglio e ti do un limite di tempo…”
Con gli stessi criteri di valutazione attribuiti a tutta la classe. Un ossimoro. Ma andò così.

Cinque anni di fissa lettura labiale, circa sette ore al giorno. Un giorno che osai cambiare banco mettendomi proprio in fondo, nell’ultima fila, fui immediatamente beccata: “Foa, non fare la cretina, così non riesci a leggermi le labbra, ritorna in prima fila”. Avevano già capito loro molto prima che ci arrivassi io, col concetto di ‘accessibilità alle lezioni’.

Poi arriva l’Università. E tutto si ribaltò.
Non più professori a stretto contatto con te, niente più lezioni letteralmente frontali, ma almeno esentata da tasse universitarie grazie alla mia disabilità uditiva, però con mie (di papà) risorse economiche prontamente investite nella copertura dei servizi di interpretariato Italiano/LIS, almeno nei primi due anni perché ancora non era “usuale”. Parlo di 15 anni fa, ma oggi sembra che poco fosse cambiato. Se ‘secoli’ fa fosse a causa di bassa consapevolezza dell’importanza dell’accessibilità universitaria per mezzo di interpreti LIS e/o di sottotitolazione/stenotipia, oggi si tratta meramente di tagli alle risorse. Compresi quelli per la sola sottotitolazione.

Se prima puntavo al Classico, col senno di poi, avrei potuto anche farlo, ma pazienza.
Se prima puntavo all’Università, col senno di poi, avrei potuto farla, e infatti l’ho fatta.
Se prima puntavo alla Scuola di Specializzazione Quadriennale in Psicoterapia, col senno di poi, avrei potuto anche farla e finirla, e infatti sono ancora qui (ma questa è un’altra storia, più o meno).
E ora non so se puntare o meno a un Dottorato di Ricerca, ma la voglia di farlo è tanta. Col senno di oggi, non lo so. Facciamo però un passo indietro.

Parliamo di soldi. Tanti soldi, tantissimi. E sì che avevo pure le spalle coperte, grazie papà.
Tra l’iscrizione all’ordine degli psicologi e l’iscrizione a una scuola di specializzazione, ho fatto passare un anno buono, quasi due. Non per prendermi il tempo di decidere se continuare con la specializzazione, perché io avevo già deciso. Il problema era sordi=soldi.
Proprio così. Inutile negarlo.
Non era la somma quadriennale da sborsare che mi spaventava, nel senso che si trattava della stessa somma che avrebbero sborsato anche i miei colleghi. Non erano pochi, senza contare le tante notti passate fuori casa, in ritiro, con spese per i viaggi, hotel e pasti a nostro carico. Ma era una scelta nostra, solo nostra.
Però anche la sordità ti porta a far ulteriori scelte. La stessa sordità che ti porta ad autolimitarti.
“Ma dai, ce la puoi fare, sei intelligente”. Grazie per la stima, ma non è l’intelligenza che autonomamente mi favorisce l’accessibilità alle lezioni, no. Sono banalmente quegli strumenti che dovrebbero poter permettermi di accedere ai contenuti didattici con intelligenza.

Comunque, avevo già deciso.

Prime lezioni di specializzazione con Dragon Naturally Speaking, un programma di riconoscimento vocale. Parlo di dieci anni fa, diobono. La sera prima di ogni lezione con ogni nuovo docente, bontà loro, gli infilavo un microfono e gli registravo la voce per far “imparare” il programma.
E la mattina dopo tutto si ribaltava, sempre. Ritmicità, movimento, cambi improvvisi di tonalità, microfono che cadeva in continuazione, filo che si strappava, ripristino della voce, un furore di parolacce e di non-sense. Resistevo. Poi sbroccavo.
Basta, così non funziona, dicevo. Non funzionavano nemmeno più i miei “non ho capito quella parola/frase…a saperlo quale!” inducendo così compagni e professori a ripetermi addirittura gli ultimi cinque minuti di lezione (e non son pochi, credetemi). Disastro totale.
Ma il presidente della mia scuola, non so come, aveva ‘fiducia’ nelle mie capacità: “cercheremo tutti di parlare più lentamente e frontalmente”. Beata ingenuità: 8 ore al giorno e contemporaneamente gestire botta/risposta con altri miei colleghi, roba che neanche voi umani…
E così decisi di puntare sul servizio di interpretariato in LIS a mie spese, perché la mia era una scuola privata. “Ma se proprio ci tieni alla tua specializzazione, scegli una scuola pubblica”. Una scelta già molto limitativa, perché non mi era concessa la possibilità di vivere l’istruzione post-lauream come mio diritto, ma come scelta, o addirittura -a detta di qualcuno- ‘privilegio’ perché soldi ne avevamo.

Perché, è vero, è già tanto se si riescono a trovar delle risorse per permettere agli studenti sordi di arrivare alla laurea con servizi adeguati. Perché siamo ancora qui alla frase: “è già tanto se…” se ancora vedo molti sordi ritirarsi perché non riescono ad accedere alle lezioni universitarie? Certo che i servizi costano. Interpreti, sottotitolazione, tutto costa. Se gli togliete tutto, che cosa vi aspettate da loro, da me?
Ed è così che spesso mi sento addirittura un peso. Per la società che continua a ricordarmi quanto costi io a loro, allo Stato. E allora Stato non sia, gli interpreti me li pago io. Ma la scuola non mi permise di coprirmi almeno le spese per viaggi, hotel e pasti per gli interpreti affinché mi fornissero un servizio per me interamente accessibile, ma che anzi andavano a sommarsi alle mie di spese.
Così per quattro anni di fila. che cosa avrei dovuto fare? Mollare, rinunciare, accontentarmi di…che cosa? Non so. Dei corsi di aggiornamento non parliamo, poi.

Allora. Sono fortunata, veramente tanto fortunata perché avevo una buona copertura economica che mi permise di andare avanti. Ma non per sempre, perché rispetto a quanto veniva speso, era il quadruplo rispetto a quanto guadagno oggi, con il mio lavoro, con la mia formazione, la mia preparazione e… con la mia partita IVA. Giusto oggi ho pagato una quota annuale per l’Ordine degli Psicologi.
È con questo animo che devo ancora decidere se sentirmi autorizzata a far domanda per un Dottorato. In un posto dove si parla prevalentemente inglese. Ho già provato Siri settata in inglese. Funziona meglio che in italiano, quasi quasi… Poi una mia amica mi manda questa foto.

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Accessibilità è : sottotitolazione & interpreti di ASL (non di LIS, perchè siamo a Washington) in contemporanea. (Fonte: Beatrice Mautino)

Che ne dite, vado all’estero?

La sordità ricorre in appello

Facciamo insieme un doppio giochino: vi elenco una piccolissima selezione di frasi documentate e (finora) indelebili.

Leggetele tutte e poi:
– indicatemi l’autore di ogni ‘sentenza’ attribuita alla mia persona e/o alla mia sordità, considerando che ogni autore può averne scritte/dette anche due o tre.
– valutate quanto ci sia di vero in ogni sentenza.

  1. “La natura dell’invalidità è prevalentemente fisica”

  2. “Percepisce la voce di conversazione senza protesi acustica. a destra: a 1 metro, a sinistra: a 1 metro”

  3. “Capacità di piegare completamente le ginocchia e di mantenersi in equilibrio sui talloni: assente”

  4. “Ma…lei parla!”

  5. “Sulla scorta dell’obiettività riscontrata e della documentazione acquisita (Verbale Sordomuti), le migliori capacità del soggetto possono esprimersi in lavori di concetto, compatibili con il titolo di studio conseguito, che non comportino contatto con il pubblico” [ndV: nella documentazione acquisita c’era anche la mia laurea in Psicologia]

  6. “Alzi la mano quando sente qualcosa…ripeto, deve alzarla quando sente qualcosa. Ha capito? Glielo scrivo?”

Possibili autori:
a) Commissione Medica per l’accertamento degli stati di invalidità civile e dell’handicap
b) Commissione Medica per il rinnovo della patente di guida
c) Commissione Medica per l’inserimento lavorativo

Vedere le soluzioni a pagina 46(*)

Finito il giochino? Carino, eh? Considerate solo che tutte, dico, TUTTE queste sentenze (e ho riportato solo l’1% di tutta la mia documentazione) sono state pronunciate e/o scritte dagli “esperti esaminatori”. Esperti di che cosa?
Eppure, quelle sono sentenze che si trasformano in etichette. Etichette che rinforzano la mia disabilità sociale e professionale.

(*)Soluzione del giochino: siamo in mano a questo tipo di persone. I tipi più pericolosi per la mia salute mentale (non sensoriale, proprio mentale!) sono quelle che non hanno mai avuto a che fare con le persone sorde in vita loro se non in Commissione. Pure quelle che ci mettono una firma, perchè tanto “le persone sorde sono tutte uguali”. In questo gruppo annovererei anche gli impreparati di buona volontà e che già sparano sentenze. Quelli sì che sono i peggiori.  Come uscirne? Ci sto lavorando, ci stiamo lavorando.

A risentirci.

 

Caro Babbo Natale…mi senti?

Caro Babbo Natale,
vorrei…
No, ma sai quanto mi hai fatto dannare da quando ho saputo della tua esistenza?
No, non ne hai idea.
“Valentina, adesso scrivi una lettera a Babbo Natale. Guarda, si inizia così: ‘Caro Babbo Natale…’, e qui devi scrivere i tuoi desideri. Che regalo vuoi per Natale?”.
Sì, vediamo, fammi pensare: una macchina, una moto, un passeggino per le bambole, Dolce Forno…
“Va bene, scrivi tutto”. No, per favore, è come se mi chiedessi di raccontarti minuziosamente un evento onirico pieno di illusioni ottiche…
Una fatica ogni anno, perché mi facevano scrivere i miei desideri, ma sotto l’albero non ricevevo mai ciò per cui ho dovuto imparare a scrivere e a pronunciare. Non una volta, ma mille volte, tante di quelle volte che riducevano il mio tempo ai pupazzi di neve, ai giochi con i miei fratelli, ai cartoni della Disney. Sempre sotto Natale.
“Se sbagli una parola, Babbo Natale non ti porterà quel regalo”. Logopedista mia, ma quanto mi facevi cacare sotto. Ma forse è anche per questo che non ho mai ricevuto da te regali da me descritti con tanto sudore? Perché parlavo male? Gesticolavo troppo?
Scartavo tanti pacchi e pacchetti, ma mai un regalo che fosse nella mia mente, però era sempre più bello proprio perché più inaspettato.

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25 dicembre 1982. Valentina approva i regali di Natale

Fino a quando insegnanti e logopediste non mi facevano ripetere ciò che “Babbo Natale ti ha portato a casa”. Al punto di inventarmi meno regali e cose più facili da pronunciare e da scrivere.
Un anno abbiamo (scusa, Guido, lo so che era per te, ma grazie per avermelo fatto usare così spesso, per cui lascio l’”abbiamo”) ricevuto un Commodor 64.
Oh cacchio, come lo devo descrivere alla mia logopedista? Una “scatola con giochi dentro?”.
“Computer, si dice computer. Ecco, te lo scrivo: computer. Ricopialo. Bene. Però lo si pronuncia in un altro modo, guarda la mia bocca”.

No, vi prego, fammi giocare e basta. Mimo il monitor e l’omino che salta tra una torre e l’altra alla conquista della principessa che sta sempre lì, senza mai mangiare né bere né dormire, cacchio, che vita triste, donna mia. A casa mi capivano e, se tutto filava liscio, mi ci facevano giocare.

Babbo Natale, capisci? La tua era una festa iconica: albero, addobbi, luci, regali, neve, ma soprattutto tante luci a intermittenza tra il salone e la mia camera da letto. Non servivano parole. Solo occhi. E io gli occhi li avevo e li usavo al massimo, sempre fino all’estasi.
Poi mi è capitato tra le mani un libro, anzi IL tuo libro.

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Bellissimo. Il libro che mi raccontava il tuo mondo circondato da bambini, renne, cuoche, ubriaconi, gnomi. Sì, c’era anche il testo su ogni pagina, ma non lo leggevo mai. Perché dover leggere se già c’erano delle figure meravigliose che già raccontavano tutto da sole?

E infatti il tuo fu l’unico libro per cui non mi costrinsero a leggere a voce alta, a spiegare “che cosa hai capito”, a sottolineare “tutti i verbi che trovi”, a raccontare “che cosa hai letto”. Lo adoravo anche per quello, perché era quel libro che mi faceva vagare lontano con la fantasia e con le immagini. Perché, anche questi gnomi non parlavano ma gesticolavano, esattamente come me. Ero come loro.
“Babbo Natale vuole sapere se sei stata buona quest’anno”. Gesù Bambino lasciamolo perdere perché per fortuna nessuno mi chiese di scrivere lettere anche a lui. Nemmeno sotto tortura.
Ma che palle. Mi fate lavorare, mi fate parlare, mi fate scrivere, mi fate fare di tutto, e mi venite pure a chiedere se sono stata buona quest’anno, quell’altro anno, l’anno prossimo?
Poi mi fermo a fissare questa immagine.

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Oh, ma c’è un gnomo che mi controlla, quello nascosto nella borsa rossa, lo stesso che oggi mi fa sparire delle cose. Però, vedi, sono stata davvero buona come questo bambino perché anch’io ero seduta a leggere e scrivere. Anche senza mai capire niente.
Era quello il concetto di “buona” che appresi da piccola. Ero buona se mi mettevo a scrivere e leggere. E tu mi portasti, in quell’anno, un banco, un bellissimo banco.IMG_2398
Non potevo non credere alla tua esistenza, perché mi hai mandato un chiarissimo segnale. Un banco su cui lavorare e lavorare ancora con le parole.

Sette anni e ancora non parlavo, cioè, sì, parlavo ma a modo mio. La lingua la sapevo usare benissimo. Per delle pernacchie, e le mani le usavo per farmi capire.
Seconda elementare. Recita di Natale a scuola. Mi scelsero per fare Gesù Bambino. Gioia, gaudio. Scelsero proprio ME e nessun altro. Esultavo. Che cosa avrei dovuto fare? Starmene sdraiata e tenere la bocca chiusa.IMG_2390.jpg

In quello ero una professionista nata. Anche se mi lasciavano vestire di rosa. Misteri della vita. Due anni dopo mi fecero fare un altro personaggio importante: la Madonna. Quella che, in tutte quelle due ore di recita, avrebbe dovuto dire solo queste cinque parole: “E’ tuo, è tutto tuo”, e solo alla fine dello spettacolo natalizio. Quelle parole che ho dovuto lavorare in logopedia tutti i giorni. Pronuncia, tono, accenti, pause, vocalizzi. E quella ‘è’ è ancora il mio incubo ricorrente. “Fammi sentire la è. Non e, è! Prova, riprova, riprova ancora”. E quando toccò a me, panico. E la gente mi applaudiva vigorosamente. Ma applaudiva solo me, per le mie parole dette al vento, che sicuramente nessuno riusciva a recepire, logopedista in sala a parte. Ancora oggi me lo ricordo con profondo imbarazzo.
Babbo Natale, però, tu non c’eri ad applaudirmi in quelle due volte. E di nuovo mi mandavi regali che erano sempre diversi da quelli a cui ho dovuto imparare a dare un nome, e sempre con fatica. Maledetto.

Poi qualcosa mi fece capire che eri solo una bella invenzione. Arriva la mia età adolescenziale e pensavo pure che fossi un brutto rinco, goffo, quello che faceva sgobbare gnomi e cuoche mentre tu te ne stavi a leggere lettere da tutto il mondo, ridendo sotto la tua barba piena di pidocchi.
Però continuavo a scriverti lettere segrete. Nella prima lettera che nessuno mi costrinse più a scrivere e a ripeterla a voce alta per la modulazione della mia voce, ti scrissi: “Babbo Natale, regalami l’udito”, perché era sempre più difficile la mia convivenza in mezzo agli altri, con tutti che parlavano sempre di più, lettura labiale in crescendo. Tu però continuavi a portarmi altro. Pure un orribile body da ginnastica artistica, unico sport che fortissimamente volli smettere di praticare perché continuavo a cadere dalla trave, perché mi facevano fare saggi di ginnastica sbagliando tempi e ritmi, anticipandoli pure e veder la gente applaudirmi per coprire la musica che doveva ancora arrivare al termine. Era eterno, quel momento. Ma l’udito non me lo regalavi mai. Me lo promettevano tutte le medium e le veggenti piemontesi (sì, mi toccò pure quello, ma anche questa è un’altra lunga storia). Al massimo, mi portavi tante scorte di pile per le protesi acustiche che portavo perché “così prima o poi sentirai”, ma niente.
Altro Natale, altra lettera segreta: “Babbo Natale, ti prego, fammi udente, perché il figo della mia scuola possa mettersi con me”. E di nuovo nisba. Era quella la fase di non accettazione della mia sordità perché ne sentivo il peso attraverso l’altro anche se ormai ho imparato a parlare, a scrivere, a leggere le labbra…ma questo è un altro discorso. Comunque.

E quante altre cose, ma ora veniamo al sodo.

Caro Babbo Natale, ti scrivo con un groppo in gola. Questo è stato un anno molto difficile. Non per me, ma per i bambini sordi che ho incontrato in questi ultimi dodici mesi. Solo che loro ancora non lo sanno, perché mi dicono: io a Babbo Natale chiedo tanti regali, tanti giochi. Qualcuno me lo dice in uno stentato italiano, qualcun altro in LIS, qualcun altro ancora solo a gesti. Ma sono più grandi di quanto lo ero io nel periodo in cui logopediste e maestre mi chiedevano di scrivere delle lettere a questo omone pur di farmi pronunciare correttamente quelle parole che corrispondevano ai miei regali ideali. E ciò mi preoccupa assai.
Non perché credono ancora in te, ma perché molti adulti non credono in loro. Spesso pensando di far del bene, credendo di fare bene il proprio lavoro (e lo fanno davvero) dicono: “questi bambini sordi sono in difficoltà. Non dobbiamo farli sudare inutilmente, ma semplificargli la vita. Se uno a 10 anni ancora non scrive, è perché ha problemi cognitivi”. No, io questo bambino l’ho visto e, credetemi, è sordo come me. Certo, con diverso background familiare, sociale, uditivo, eccetera, robabella, quant’altro, ma. È sordo. Sordo a cui piacciono tanto i libri che vede in giro e che se li divora. Soprattutto se son libri pieni di belle immagini. Vede anche le parole scritte, ma non le elabora “perché sono molto difficili per lui”. Ma certo che sono difficili, cazzo. Se però voi non gliele fate vivere, non ne uscirà più. Perché in questo mondo non c’è solo la LIS. C’è anche tutto il resto, e…

Ma, caro Babbo Natale, non voglio descriverti tutte le metodologie né l’educazione comunicativa e linguistica che ci stanno dietro, perché non è il tuo compito. Voglio solo chiederti di continuare a regalare libri, tanti libri a loro. Che sappiano leggere o no, perché prima o poi lo sapranno fare. Con i nostri, ma soprattutto i loro mezzi, insieme, credimi.
Sì, perché, caro Babbo Natale tanto strano, il tuo vero regalo era questo libro. Che mi invogliò a comprare, a chiedere e a farmi regalare libri, tanti libri, tanti altri libri. Il vero ponte tra il mondo delle immagini e quello delle parole. Da leggere da soli o in compagnia. Perché l’italiano, oltre che parlato, è anche visivo. Perché scripta manent.

Disclaimer: questa lettera l’ho scritta di mia spontanea volontà senza nessuna costrizione e nessuna rilettura a voce alta.

Se una sera d’inverno un sordo viaggiatore…

Un giorno cado malamente dal treno e lo racconto subito su Facebook, incazzata nera.

Milano Lambrate. Scendo dal treno in fretta e furia prima che mi si chiuda il portone. Ma davanti a me ci sono tre trolley giganteschi, ammassati l’uno sopra l’altro che bloccano l’uscita. Scusi scusi-scusate-devo scendere, ma niente. Mi guardano e basta, questi stronzoni. Alzo un piede e poi un altro che però rimane bloccato in una cordicella tra questi borsoni. In men che non si dica: un volo diretto. Praticamente sputata fuori dal treno e splashata sul binario (…).

Passata l’incazzatura, arriva il senso di colpa: non è che avessi fatto tutto da sola io, sbadata come sono? E infine, la resilienza: ma certo, c’entra la mia sordità.

Sì, perché tremavo tutta. Ero l’unica in attesa di scender da quel vagone, ed ero ancora seduta quando il treno stava per fermarsi. Conosco i miei tempi e i miei treni. Ma chi mai avrebbe immaginato di ritrovarsele davanti, quelle stupide borse che ostacolavano l’uscita sia dal corridoio che dal vagone?
Avrei potuto aspettare pure un po’ di più, per fargliele spostare e poi scendere tranquillamente…

Però io non sento. Non sento l’avviso acustico di chiusura delle porte: e se me le chiudessero in faccia proprio in quel preciso istante? Che ne so? Se almeno avessero installato una spia luminosa per la chiusura delle porte…

IMG_1906[questo in un ascensore, però rende l’idea, sì?]

Ah, no, aspettate. Io quel treno non l’ho pagato.
Ho la tessera gialla di “libera circolazione”, questa qui.

IMG_1911Bella, comoda, pratica.

Visto che non c’è nessuna spia, né su quel treno né altrove, mi sembra pure giusto non pagare quel treno regionale: non avrei potuto sentire quell’allarme anche se poi quel mio dolore da caduta l’ho sentito tutto.
O forse sarebbe andata comunque così, perché di fatto i due proprietari di quelle borse erano fondamentalmente degli stronzi.

Comunque.

La mia sordità mi fa spesso viaggiare gratis. La tessera gialla fornita dalla mia regione, il Piemonte, mi permette di salire senza versare un euro su “treni regionali e diretti con partenza e arrivo nelle città piemontesi”, ma pure su “treni interregionali che collegano il Piemonte con la Lombardia e la Liguria di competenza della Regione Piemonte”.  Infatti quel treno di cui sopra era un regionale, con partenza da Asti e arrivo a Milano Lambrate. Però, se fosse stato un Intercity, l’avrei pagato a prezzo intero.

Ma tra una regionale ad Alta Velocità e un Intercity, che differenza ci sarebbe? I tempi sono quasi sempre gli stessi, magari qualche fermata in meno. Però ovvio che non me ne sto a crucciare inutilmente: vado sul sito e confronto gli orari, i tipi di treno e i prezzi. E poi scelgo il minore dei mali.

Avrebbe un senso tutto questo? Non so.

Se tutti i treni fossero dotati di dispositivi visivi per segnalare apertura e chiusura delle porte, sarei anche disposta a pagare lo stesso prezzo dei miei compagni di viaggio (offerte permettendo, va da sé).

No, aspettate, ecco che mi è venuta in mente un’altra delle mie ennesime disavventure ferroviarie.

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Episodio risalente a circa sei anni fa, ambientato in una stazione ligure. Sola, con stampelle e piede fasciato. Già salire quei gradini per giungere al secondo binario richiede tanto tempo ma, da buona viaggiatrice, sono sempre in adeguato anticipo. Il display conferma l’arrivo del treno per il Piemonte (esatto, con la mia tessera gialla per un regionale veloce) su quel binario. Però vedo arrivare un treno sul binario uno. E a quel punto vedo scendere un gruppo di persone dal secondo al primo. Poi un altro gruppo ancora. Non mi ci è voluto molto per intuire che quello che vedo davanti a me fosse proprio il mio treno. Cazzo, urlo, fatemi salire, prima fatemi scendere giù per le scale e poi risalire, e altre imprecazioni.

Arrivo annaspando alla porta del treno che sta per chiudersi, e al controllore che ha già il piede sul treno: “sono sorda, non fatelo partire, non ho sentito l’avviso di cambio binario!” ma lui mi fissa il piede. Embè? Anche i sordi possono rompersi  il terzo metatarso del piede sinistro, lo sapevate?

Quindi, ecco, mi sembra giusto essere in possesso della tessera gialla: perché pagare un treno se rischi di non prenderlo perché loro ti fanno cambiare binario senza preavviso visivo? Piede fasciato o no. Se almeno le stazioni fossero dotate di display funzionanti, sarei stata disposta a rinunciare alla tessera gialla.

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Ah, no. Che dire di quei controllori che ti chiedono di ripetere a voce alta il tuo PNR perché loro sono senza occhiali. Avete presente? Quel codice composto da cifre e lettere dallo spelling imbarazzante per una sorda dalla voce strana come la mia. E mi dicono pure: “no, codice errato”. Ma grazie tante. E allora, rivendico il mio diritto a non tirare fuori i soldi.

Poi un tuffo nel passato.

Presi il mio primo bus a 10 anni, un suburbano, 40 km al giorno tra andata e ritorno, da casa mia (Fossano) a scuola (Cuneo). Ricordo quella mattina di un freddo novembre in cui mio padre mi accompagnò alla fermata: “ma papà, so arrivarci da sola!”, ma lui no, insisteva. Arrivò il bus, e lui salì per parlare al conducente indicandomi. Profondo imbarazzo, guarda, tutta quella gente lì sopra che mi fissava. Infine salii e partii. Il giorno dopo mi riaccompagnò ancora, niente da fare, non si fidava di me. Allora tanto valeva che mi riaccompagnasse pure dalla scuola alla fermata, no?*

[*Non l’avevo mai saputo fino a che non scoprii quella foto di me in attesa del mio bus a Cuneo: Papà era in postazione nascosta a Cuneo in uno dei miei primi giorni di viaggiatrice-da-sola-in-bus per controllare che io fossi in grado di arrivare alla fermata senza farmi schiantare sotto le macchine, di riconoscere il mio bus e di salirci. Mi hai fregata, papà, però oggi con i bambini decenni avrei sicuramente fatto la stessa cosa, sordi o udenti che siano]

Al terzo giorno mi rifilarono una tessera cartacea gialla. Che cos’è? “E’ il tuo abbonamento per andare a scuola con questo bus”. Sentendomi grande e figa, lo esibivo ai miei compagni di classe e di tutta la scuola. Una mia compagna, udente: “perché ce l’hai gialla? Di solito è bianca. E c’è scritto solo il tuo nome, non la durata”. Già, perché?

Papà: “è un abbonamento speciale perché tu sei sorda e non ti fanno pagare il viaggio”. Ah, no? Ma ho due gambe come tutti gli altri, so pure arrivare da sola alla fermata sia all’andata che al ritorno, che cosa mi manca?

Sì, come no. Un giorno, di ritorno a casa, mi sono addormentata in fondo al bus. Il conducente ha percorso tutto il mezzo per venire a svegliarmi. perché dal posto di guida non avrebbe saputo come attirare la mia attenzione. Forse era a quello che serviva la mia tessera gratuita? Macché, vedevo di peggio: gente che imprecava per aver saltato una ventina di fermate,  sempre gente che sentiva. Quindi, a che pro un abbonamento diverso dagli altri?

Poi ci ho fatto il callo. Arrivata alle superiori, preferivo il treno al bus, perché almeno sul treno c’erano più compagni e amici miei che sul bus, quasi sempre pieno di operai della Michelin, che noia (ma anche che ammirazione, tutti silenti e pazienti, ciascuno con la borsa da picnic).

Anche lì, abbonamento ridotto, e io non continuavo a capirne il motivo. In fondo, so arrivare al treno, so leggere i display, so su quale binario andare. E non c’era internet, allora!

Poi un giorno ho dovuto inventarmi una giustificazione per il mio ritardo a scuola: ho perso il treno? Sì, ma ero lì, in stazione! Ma il mio treno è partito da un altro binario e il display taceva. Ma fatto sta che quel treno l’ho perso.

IMG_1900[‘Treno pronto’. Sì, come no]

Un altro giorno ancora, una bufera di neve a Cuneo. Salita sul treno, infreddolita, aspettavo e aspettavo ancora. Poi la gente cominciava a scendere, e così anch’io. E non vedevo più nessuno. Erano tutti scesi nel sottopassaggio scomparendo così dalla mia visuale, e io non riuscivo a capire su quale binario fossero saliti. No, Cuneo non è una stazione normale, no. Bella sì, ma particolare, non è come andare per esempio a Porta Nuova o a Termini dove puoi anche capire da che parte si sposta la gente. A Cuneo no.

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Dopo tante corse a vuoto tra binari, treni mai arrivati ma in realtà già partiti, treni sbagliati perché capitati sul binario giusto all’ora giusta, capii. Perché allora pagavo i treni come gli altri, anche se di meno, e potevo contare solo su alcuni compagni di viaggio e pendolari dalle facce ormai familiari. Se ogni tanto riuscivo a prendere un treno giusto era grazie a loro. Loro, gli “accompagnatori”, quelli da carta blu.

Poi un giorno dovetti andare a Torino da Cuneo, ad aspettarmi c’era mio fratello. Erano ancora quei tempi in cui gli sms erano solo un sogno visionario per noi sordi (perché già allora noi sordi ce li sognavamo: “sarebbe stato tutto più semplice se invece della voce ci mandassimo dei messaggi scritti”, perché i FAX e i dispositivi telefonici per i sordi li potevi usare solo da casa a casa, mica in stazione). Il mio treno subì un forte ritardo, ma come avrei potuto avvisare mio fratello in attesa?
Ideona, mi sono rivolta alla bigliettaia, chiedendole di mandare un messaggio a mio fratello. Come? Con l’altoparlante. Arrivai, e mio fratello era lì ad abbracciarmi: “Ho sentito il tuo nome in tutto l’atrio, che impressione!”.

Certi ritardi aguzzano l’ingegno, direi.

Oggi ci sono gli sms, le app per visualizzare eventuali ritardi e binari, tutto sempre più accessibile. Tutto? No, ci sono anche le stazioni di Voghera: non so più quante volte, senza rete perché non prendeva, ero lì che progettavo di andare a bussare alla porta delle varie casalinghe, tanto ero sicura fossero in casa per aiutarmi a telefonare a casa (scusate, scherzo).

Se ogni tanto mi dico: perché devo pagare di meno o zero rispetto ad altri passeggeri, se sono in grado di eccetera eccetera, ecco che risalgono alla mia memoria tante altre disavventure nonostante il progresso tecnologico circostante.

Altro esempio. Da Asti direzione Torino Porta Nuova. Leggo, vedo il treno fermarsi subito dopo Lingotto. Boh, continuo a leggere. Alzo la testa e non vedo nulla di nuovo, c’è poca gente. Passa una mezzora. Mi alzo, chiedo in giro, e loro: “boh”. Tanto loro sono lì, quindi ok, solito ritardo, ritorno a leggere. Ad un certo punto, viene verso di me un controllore visibilmente alterato: “Perché è qui? Non ha sentito? Scenda!”. No, non ho sentito, ma si calmi, ahò. Scendo, ma sono in mezzo al nulla. Vedo solo binari. Dove diavolo son andati gli altri? Arriva un altro controllore: “Che ci fa qui? Non deve stare qui, è pericoloso!”. Oh, ma grazie tante, lo capisco da me, gli dico che non sento, che sono sorda, eccetera. “E poteva dirmelo prima”. Prima quando? Ad ogni treno che prendo devo farglielo presente? È successo che c’è stato un avviso che invitava i viaggiatori a scendere immediatamente dal treno in panne e ad attraversare in gruppo due o tre rotaie per raggiungere un bus sostitutivo. Che ovviamente è partito quando sono scesa io. Così mi sono trovata a ‘passeggiare’ in mezzo al nulla con due controllori per ritornare al Lingotto. Sarebbe forse bastato un lampeggiatore di un determinato colore per segnalarti di scendere d’urgenza dal treno, per esempio.

Ci andrebbe ogni tanto un accompagnatore? Tadan. C’è la carta blu, eccola.

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Certi problemi possono venire risolti con semplici segnalazioni e suggerimenti, ma c’è chi ancora pensa che colla tessera blu (e accompagnatori) potremmo avere meno casini…

Se prendi un treno con qualcuno, tu paghi un tot, il tuo accompagnatore no.

Oh, ma ci credete? Se siamo in due, i biglietti ce li facciamo a metà. Però cambia da Frecciarossa, bianca, verde, Intercity, normale, veloce, lento. Un casino.

Ma non ditelo troppo in giro. Se però ci offrono una cosa così, come non approfittarne? E tu, controllore, non fare il basito, quando chiedi il biglietto a me e a un mio compagno viaggiatore sordo e quando ti dico che io accompagno lui (o viceversa).

Quindi io ho la tessera gialla per i treni e per i bus, ma anche per la metro, però solo torinese.

Talmente abituata a questa “agevolazione” che quando ero a Milano avevo dimenticato di farmi un biglietto (no, ok, lo confesso: sapevo benissimo che la tessera gialla è solo di competenza piemontese, ma sentite qua). Ovviamente beccata in flagrante, esclamo candida: “oh, ma sul serio? Cioè, sono sorda solo in Piemonte, e quando cambio regione non lo sono più?”. Ha funzionato, eccome se ha funzionato. Il controllore balbettava, lasciandomi andare senza biglietto.

Queste le mie istruzioni per l’uso del treno a titolo gratuito: se sei da sola, usa la carta gialla, ma solo se devi andare/ritornare dalla Lombardia e/o dalla Liguria, ma solo se sei sulla regionale e annessi, se però devi recarti a Roma da sola, la tessera gialla a nulla serve, a meno che tu non faccia cambio a Milano, però prendendo una regionale dal Piemonte…Niente, va così. Con la carta blu, non parliamone. Ci andrebbe un altro libro.

Allora. Ci sono leggi, regole, e soprattutto buon senso. Ma come si fa a usare del buon senso quando sai che, a parte il Piemonte e la Lombardia, nessun’altra regione ha questo tipo di agevolazioni (specificamente per noi persone sorde, tutt’un altro discorso su altre disabilità)? Io ogni tanto mi sento in colpa e pago il  biglietto intero, ma poi non vi aspettate che io scenda gaiamente dal treno quando capita qualcosa che non dovrebbe capitare. Tipo? Cose da farci un post, ed è esattamente ciò che ho fatto, pure chilometrico, tanto se mi leggete in treno, potete sempre sfruttare il ritardo per leggerlo tutto.

Trenitalia, vedi di migliorare un po’ se non vuoi che ti freghi ancora e ancora, pure inconsapevolmente.

Buon viaggio, parto.

Voti bassi in matematica e fisica: sorda o testa di cocco?

Oggi mi sento particolarmente vulnerabile. Leggo su Facebook un post di un’amica professoressa, mi commuovo, e mi viene voglia di raccontare un aneddoto mio.
Qui, la sordità non c’entra nulla o forse sì.

Ragioneria, seconda superiore e voti sempre bassi in matematica e fisica. Non ci capivo niente, insomma. Per istinto di sopravvivenza, o studiavo a memoria qualsiasi cosa che incorporasse un numero o una formula, corollari, proprietà, dimostrazioni, postulati, tutto a memoria. Oppure facevo i calcoli sulle dita delle mani e dei piedi. Poi arrivò lei, una professoressa savonese di matematica. Tutti i giorni Savona-Cuneo in treno. Severissima, e la sordità che ero solita usare come arma difensiva (e molto molto vigliacca), pur di non dover adempire a particolari compiti scolastici richiesti, perchè tanto “sono sorda, povera me, non pretendere troppo da me”, mi si è ritorta contro. Dicevo, la sordità per come la presentavo a lei proprio non fregava niente. Quel primo giorno di scuola con lei in classe me lo ricordo ancora come fosse oggi: “Ah, sei sorda? Bene, stai ferma in prima fila, davanti a me, spostati, no, ecco, sì, mi vedi bene? Mi capisci?”.
Oh, cazzo.
Io che ero ormai abituata, alimentata dal contesto in cui mi trovavo, a sfruttare la mia disabilità a mio vantaggio, fregata da quella persona che nemmeno mi conosceva.
“E quindi? Fammi vedere che cosa sai fare. Mi leggi le labbra? Va bene se le muovo così?”. Era tipo fine settembre e la mia insegnante di sostegno sarebbe arrivata solo in novembre, come ogni anno.
Mi girai verso i miei compagni, e le loro espressioni erano tutto un “esticazzi”.
“Foa, dai, su, vieni alla lavagna e fai questo esercizio con la classe, ma devi pure commentarlo”. Mi sentivo morire dentro, perchè era la prima volta che qualcuno mi chiamò alla lavagna nelle ore di matematica e fisica. E pensare che pure ne ero offesa, l’anno prima: perchè nessuno pensava a chiamare me alla lavagna? Per poi subito autocorreggermi: aggià, sono sorda, e per loro è impensabile ciò, giusto.
Fino ad accettare questo fenomeno come assolutamente normale. Almeno fino a quel giorno. Sudavo freddo, perchè sai che se vai alla lavagna, tutti ti vedono e sanno che non sai contare senza la calcolatrice.
Dopo neanche cinque secondi col gesso in mano, eccolo già il mio errore di calcolo stupido (forse una banale moltiplicazione): “Foa, ma ci sei o ci fai? Usa il cervello”.
“Ma, professoressa, lei non mi conosce, chieda pure ai miei compagni…ho sempre avuto voti bassi, non sono capace…”, tremavo.
“Basta, niente scuse, usa la testa, non credo la tua sia proprio di cocco, vai”.
A casa non potevo più barare coi compiti, perchè poi arrivava lei a chiedermi: “bene, giusto, ma spiegami il processo con cui sei arrivata a questa soluzione”. Eppure non riuscivo ad odiarla. Mi incuteva timore, ma non mi faceva paura.
Usa la testa, questo il suo mantra per tutto l’anno scolastico. Se non la usavo, ero per lei una testa di cocco.
Arrivata in terza, l’hanno spostata alle altre classi, e noi abbiamo avuto un professore per i tre anni consecutivi, un personaggio che amava andare in bici, sempre in t-shirt e senza calzini. Capiamoci. A Cuneo, anche sotto Natale. Non muoveva minimamente le labbra, e io ovviamente non capivo niente, proprio niente. E pure lui mi chiamava spesso alla lavagna, ma io non avevo più paura di andarci. Raccontava dei suoi viaggi in bici in classe, sì, perchè la sua “bici tende all’infinito”.
Voti sempre abbastanza bassi, ma la matematica non mi faceva più così paura come prima.
Io però cominciavo a sentire la mancanza della mia professoressa savonese. Ci vedevamo e ci salutavamo nei corridoi: “Ciao Valentina, mi raccomando. Usa la testa, ce l’hai sul collo, e non barare”.
Tre anni dopo, Maturità. Ovviamente Matematica come seconda prova. Giorno della prova orale, noi ragazzi nell’atrio in attesa del nostro appello, poi è arrviata lei: “Sei andata benissimo in matematica, mi hanno detto!”.
Io: “Sul serio?”, lei: “Perché, hai usato la testa per una volta tanto e non lo sapevi? Non sei mica una testa di cocco, eh? …Oh, chiamano te! Vai!” e sparì.
Terminata la prova, uscii, e nel taschino esterno del mio zaino trovai una bustina bianca contenente un post-it giallo.

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Per la signorina Valentina Foa,
ormai l’esame è finito e io volevo solo precisare che non ho mai pensato che tu sia una testa di cocco, ma ti ripeto solo nuovamente di usare la testa. Quando dico ‘testa di cocco’ lo faccio perchè ritengo che tu, come tanti altri, ogni tanto non usi la testa, non pensi a cosa stai facendo e soprattutto a ciò che sai. Sono contenta che tu sia riuscita a fare il compito di matematica e questo conferma che SE VUOI sai usare la testa. Un abbraccio forte, fatti viva in futuro e grazie di tutto”

Segue la sua firma.

Come dicevo all’inizio, oggi mi sento particolarmente vulnerabile, e rileggere questo post-it che conservo gelosamente dopo tutti questi 17 anni mi fa piangere esattamente come quella volta che lo lessi.

Interpreti a 5 stelle?

Imola. 18 ottobre. M5S sul palco, interamente tradotto in LIS. Piccolo intermezzo musicale: Dado che rivista una canzone famosa, zoom sui ritornelli che canta in romanesco. E zoom sull’interprete che traduce tutto, ma proprio tutto.
Bellissimo, tanta stima, standing ovation, meraviglia, ammirevole l’interprete che traduce tutto senza imbarazzo, bravi loro che rendono la platea del M5S sempre accessibile in LIS per noi sordi!

Ne siete sicuri? Sì, dico a voi che non conoscete la LIS (ma certamente qualche parolaccia, sì, inutile che lo nascondiate).
Perché, giuro, io vedo dei fotogrammi senza senso. Vedo ripetutamente “cazzo” e “amici” o “collegamento”, e non ci capisco niente. Ne colgo solo la ritmicità, bene, brava, bravissima, almeno quello.

Avrei voluto proporvi un giochino (mi rivolgo anche a voi che conoscete la LIS: sordi, interpreti, amici): quello di visualizzare quel riquadro là in basso a destra senza audio e di dirmi che concetto credete di aver colto.
Cazzo? Bene, e poi? Che vor dì? Qualunque parola indoviniate, credetemi, è sempre quella giusta.

Il problema è che già sappiamo tutti, più o meno, che cosa avrà voluto tradurre (o interpretare): abbiamo tutti i social newtork che ci mostrano il video, bellamente accompagnato da indizi e commenti correlati.
La parola incriminata è: “Ta ta t’acchi ar cà..”.
E poi ritornate a vedere il video e mi dite: ah, ma voleva dire quello! Ma che bello, così la impariamo anche noi…No, fermatevi, vi prego, vi scongiuro, vi supplico.

Come fai a tradurre in LIS una parola particolare? E’ un lavoraccio, non basta farlo letteralmente, e gli interpreti professionisti sono formati appositamente per questo scopo.
Perché, quando si traduce da una lingua all’altra, bisogna farlo solo letteralmente? Se così fosse, allora tanto vale usare sempre e solo Google Translate. Inserendovi per esempio: “piove a catinelle” e traducetelo in inglese, e poi ditemi, baubau miaomiao.

Dado ha riadatattato il testo. Ma io avrei proposto anche la sottotitolazione: avete idea di quante canzoni modificate e rese divertente o grottesche da Crozza nei suoi programmi? Beh, li sottotitola pure. Per gli udenti.

E quindi? Ok, l’interprete ha fatto quel che ha potuto (oh, beh, insomma). Ma il risultato è sotto gli occhi di tutti: voi lo trovate divertente perché sapete che cosa cantava, io no. Puoi segnare di tutto, ma se continui a segnare: “cazzo amico” o “cazzo collegato” o…fuori gli altri suggerimenti, resta il fatto che non si capisce comunque un cazzo, appunto.

Certo, brava l’interprete che ha dovuto tradurre il ritornello ripetutamente, pure “senza imbarazzo”, o pure con. Ma quale imbarazzo? Perché, si dovrebbe altrimenti porre una censura pure nella lingua visiva? Ma perché mai?

A dire il vero, io trovo imbarazzante l’interprete stessa: non perché segna male, ma perché instilla nella gente l’idea che stia facendo un ottimo servizio alle persone sorde e a chi conosce la LIS, “ammirevole, così impegnata a tradurre tutte le parolacce che è costretta a sentire”. Punto uno. Non è costretta: è (dovrebbe essere) il suo lavoro. Punto due: lasciate valutare il servizio a noi diretti fruitori perché altrimenti, di questo passo, promuovereste ancora e sempre quelli che “se muovono le mani in pubblico, è già sufficiente”.

E sono d’accordo con @Nonleggerlo quando esprime solidarietà all’interprete. Perché, nonostante tutto, è uno spettacolo che ti rimane dentro. Perché fa più ridere del cantante stesso.
Almeno finché non saremo noi diretti fruitori del servizio di interpretariato a ridere senza capirci un cazzo. Ci arrangiamo, c’acchi ar cà..”.

E ora un giochino facile facile: guardate questo video e traducetemelo, senza nessuna censura.

Studiare da sordi: corso avanzato

Tu? Sorda e pure laureata? Questo “pure” ce l’ho addosso fin dall’ultimo anno delle superiori, quando ho avuto la malsana idea di comunicare ai professori dell’istituto tecnico commerciale che avrei voluto proseguire con gli studi.
“Tu? E come farai? Già qui sei seduta in prima fila e ogni tanto dobbiamo pure richiamare la tua attenzione, distratta come sei…”
“Lo so, ma all’università vedrete che sarà diverso. Innanzitutto non ci sarà ragioneria e roba annessa”
“Mah, e che Facoltà sceglierai?”
“Lettere o Psicologia”.
Silenzio in aula. Mi sembrava pure di sentire qualche ghigno in classe.

L’unica che non ha battuto ciglio era la mia professoressa di Lettere in pensione da quando ero entrata in seconda superiore. L’ho incontrata per un gelato al Parco della Resistenza a Cuneo: “Ottimo. Vai, vola. Perché finalmente potrai studiare ciò che ti piace veramente”.

Diplomata, figo, niente più compiti estivi, niente più impegni, a tutta birra! (anche se allora ero astemia, ma poi ho recuperato, sì).
Ah no, l’iscrizione a Psicologia era a numero chiuso. Limite massimo circa tremila studenti, credo. Che fare? Ma che domande, esattamente come avrebbe fatto chiunque altro: comprare libri di esercitazione per i test d’ingresso. Divertenti, giuro.
Test d’ingresso. Mi conveniva comunicare all’ufficio iscrizioni la mia sordità? Ma per che cosa? No, ho deciso di andar direttamente in un’aula universitaria. Facile, no? Ti consegnano un protocollo, riempi con un puntino i cerchietti corrispondenti a quelle che pensavi fossero le risposte esatte, lo restituisci e aspetti. La sordità non è un problema.
Nell’estenuante attesa di sapere se sarei rientrata in quei tremila ammessi, con molto dispiacere ho scoperto che qualcuno ha provato a contattare l’università per sapere se, poiché ero una persona con disabilità, avrei avuto diritto ad entrare direttamente in facoltà senza passare dal test.
Sì, esisteva ed esiste tuttora questa possibilità. Ma non era il mio caso, no.
Dispiacere perché mi hanno fatto sentire diversa: con la sola innocua idea di voler aiutarmi, in qualche modo mi hanno fatto capire che probabilmente non sarei passata a causa della mia sordità.
Ma se era un test scritto, scritto!, nero su bianco sul foglio, più accessibile di così! E le istruzioni per la corretta compilazione del test erano pure ben stampate in prima pagina! Cioè: non erano quelle le mie difficoltà, anzi forse erano un mio punto di forza. Le difficoltà erano ben altre, eccome.
E sono passata. Ho dovuto esultare e dirlo a tutti, per ostentare la mia vittoria “perché sorda”.

E adesso?
È stato allora che mi sono fatta una promessa: se passerò il primo esame, sarò a cavallo, altrimenti mi ritirerò. E cercherò lavoro, col diploma di ragioniere che avevo già. Fine della storia.
Quel che segue era un groviglio di incertezze estreme. Rassicurazioni tendenti allo zero se non un generico: “Volevi la bicicletta? Allora pedala”, che pure aiutava e rincuorava assai.
Ce la farò? Ne sarò in grado? Saprò leggere, nel senso di capire i testi di quelle materie mai toccate alle superiori: filosofia, psicologia, biologia, etologia, antropologia…? Capirò i professori? Valuteranno anche la mia orribile voce? Mi capiranno?
Angoscia totale. Mi stava incollato addosso il ricordo del mio professore di informatica alle superiori che per tre anni di seguito mi urlava in faccia. Finché, alla cena di classe pre-maturità alcuni compagni mi hanno fatto notare che il professore che alzava la voce ogni volta che si rivolgeva a me era talmente divertente che nessuno si è preso la briga di spiegargli che con me poteva anche stare muto solo muovendo le labbra. Poverino, gli ho prosciugato la voce senza saperlo.
Ecco, questa era una delle cose che volevo assolutamente evitare che si ripetesse anche all’università.
Insomma. Più ci pensavo, più mi deprimevo. Ma intanto cercavo possibili soluzioni.

  • Leggere le labbra in prima fila? Si può fare, però ero già terrorizzata all’idea di dover disturbare un professore ogni cinque minuti, se andava bene, se non di meno. E magari non capire niente, comunque. I baffi, le labbra strette, eccetera…
  • Prendere gli appunti dai compagni? Si può fare, ma se non conoscevo nessuno dei miei compagni, mica facile. E se fossi così sfigata da non trovarne nessuno disponibile? E poi sono tutti soggettivi, perdio. Uffa.
  • Servizio di stenotipia e/o sottotitolazione? Non scherziamo. Siamo nel 1999. Un sogno.
  • Servizio di interpretariato in LIS? E che cavolo è? Gesti? Ma per favore, come si fa a usare i gesti per parlare di filosofia, un argomento così astratto che non si può neanche disegnare. Non fatemi ridere.
  • Studiare da sola a casa sui libri? Ora sì che ragioniamo. Potrebbe funzionare. Anche perché era l’unica soluzione sostenibile che mi fosse venuta in mente. Anche se ciò avrebbe comportato zero rapporti coi professori se non agli esami, figuriamoci con i compagni.
  • Insistiamo: perché non provare con il servizio di interpretariato in LIS? Ma ricominciamo? Io non conosco la LIS, non so che cosa sia, se non un insieme di gesti, pure facili…ok, cedo, proviamo.

Oltre a tutte queste possibili soluzioni, avevo pure culo. Niente tasse universitarie, perché ero un’ “handicappata”, come si soleva definirmi a quei tempi. E avevo pure un buon aiuto economico da parte dei miei. Sì, lo riconosco. Quello era un aiuto veramente valido, e purtroppo lo devo sottolineare, perché all’epoca alcuni miei compagni delle superiori (tutti udenti, e alcuni molto più bravi e preparati di me in economia, ragioneria, informatica, ecc) rinunciarono subito agli studi universitari (in Economia o Matematica, ovviamente. Psicologia o Lettere? Suvvia, facciamo poco gli spiritosi) non perché non ne volessero sapere ma perché non avevano nessun supporto economico, a partire dalle tasse & libri, anche solo fotocopiati, e i viaggi poi.
Anche se sorda, ero più avvantaggiata di loro, ragion per cui avrei dovuto vivere l’università come un impegno concreto, non solo come un bene di lusso.

Sì, ma come fare? In quel periodo mi sono confrontata con un laureato sordo in Lettere, il quale mi disse: “tanto impegno, tanta lettura labiale, e buon uso delle protesi”.
Convenivo con lui sulle prime due condizioni, ma sull’ultima mi cascava il mondo. Con me non hanno mai funzionato. Niente da fare, quindi?
Ok, puntiamo sulla lettura labiale e chi vivrà vedrà, anzi capirà. Però, intanto: perché non provare anche con un’interprete, pur non conoscendo la LIS?
Così insisteva mio padre, proprio lui. Più che accettare, ho ceduto, ma a mie condizioni.
Ho così confezionato per l’interprete un vero e proprio libretto delle istruzioni, aggiungendo in corsivo le mie osservazioni col senno di poi, di oggi.

  • Usa pure le mani quando vuoi, ma usa sempre il labiale.

Era qualcosa che oggi definiamo “italiano segnato”: un metodo per cui ad ogni parola veniva accompagnato un segno (non un gesto come pensavo fosse) seguendo la grammatica italiana. Ed era così che ho imparato la LIS, poi perfezionata grazie ai miei sempre più numerosi contatti con altre persone sorde e udenti che conoscevano questa lingua.

  • Non sostituire mai una parola con un’altra che pensi sia più comprensibile per me, piuttosto dilla e io, se non la conosco o non ne conosco il significato, me la scrivo sul foglio e me la rielaboro a casa.

Così sfatai un mio preconcetto: quella che pensavo fosse una trasposizione facilitata dall’italiano alla lingua dei segni italiana era in realtà una più elaborata traduzione da una lingua all’altra: dall’italiano alla LIS, appunto, anche se in realtà allora si faceva solo uso dell’”italiano segnato”.

  • Non riassumere. Riporta esattamente ciò che senti, e se non trovi il tempo di usare la dattilologia (quella sì, già la conoscevo), muovi le labbra. Tanto ho il registratore che farò trascrivere da te.

La trascrizione audio era una cosa figa, talmente figa che pure molti miei compagni me la chiedevano in ginocchio.

  • Non parlare ai professori al posto mio. Piuttosto, se io non capisco loro o –soprattutto- loro non capiscono me, ripeti e basta. Al resto ci penso io.

E meno male che andò così. A parte un’esperienza abbastanza traumatica con una docente di Psicodiagnostica che proprio non sapeva che faccia avessi io, perché per parlare con me si rivolgeva sempre e solo a lei. E l’interprete le rispondeva pure, da prendere a pugni, guarda. Mi sentivo tanto come la particella di sodio della pubblicità. Anzi, andò pure peggio, perché ad un incontro con lei mi fece pure vedere alcuni test diagnostici che somministrò ad alcuni sordi, con tanto di nome e cognome scritti sopra. Ma questa è un’altra storia.

E l’interprete di allora non è l’interprete professionista in LIS come lo conosciamo oggi: oggi è più preparato, più aggiornato e ti direbbe: ma che diamine, non sono un tutor, non sono un aiutante. Lavoro solo sulla lingua: dall’italiano alla lingua dei segni italiana e viceversa.

Come dicevo prima, avevo pure culo, perché nei primi due anni il suddetto servizio non era coperto dall’ufficio disabili. Grazie, Papà.
E insomma, primo corso di biologia. Sinceramente, il libro e le dispense del professore mi erano più utili del servizio in una lingua che ancora non conoscevo bene. Esame scritto: ho chiesto all’interprete di venire per essere sicura di non perdermi le domande eventualmente dettate a voce. Capiamoci: non mi sentivo ancora così coraggiosa da andare dal professore in sede d’esame con un “mi scusi, sono sorda, no, cioè, leggo le labbra, sì, ma, ehm, uhm”, no, era il mio primo esame scritto e tremavo già da tre settimane prima. E infatti all’esame c’è stato solo il dettato delle domande aperte. L’interprete me le scrisse e poi la cacciai via.
Arrivò il giorno della pubblicazione dei risultati appesa su una bacheca. Il mio nome non c’era da nessuna parte. La lessi e la rilessi, e niente.
La prova orale sarebbe stata già il giorno successivo alla pubblicazione.
Ovviamente sono rimasta a casa. Papà ha però insistito perché mi presentassi pure all’esame orale anche solo per chiedere al professore di farmi leggere il mio scritto e di farmi spiegare dove avessi sbagliato.
No, tanto ero già sprofondata dalla vergogna. Sono sorda, non ce la faccio, e tutte cazzate che non sono cazzate, a pensarci bene. Lui invece mi ha cacciato via di casa a calci. “Vacci”. E io gli ho dato dell’imbecille (scusa, papà).
Senza più un briciolo di orgoglio personale, mi sono avvicinata al professore: “Erhm, scusi, sono stata bocciata e…” e lui già a scorrere i fogli cercando il mio, ovviamente nel plico dei ‘bocciati’, ma non c’era. Come, non c’era il mio foglio? No? “Come si chiama?”. Nome e cognome, e lui riprova sul plico dei ‘promossi’. Era lì. Promossa? Io? Svelato l’arcano: ho scritto talmente male il mio cognome sul foglio che invece di ‘FOA’ hanno messo ‘FEA’ sulla pubblicazione degli esiti.
“Si accomodi”. No, aspetta, non ho nemmeno avuto il tempo di ripassare Biologia, che tanto…no, peggio!, non ho nessun interprete qui! Ormai ero già lì, e sono partita, neanche il tempo di riflettere sul fatto che non avessi avuto nessun problema di comprensione labiale, e manco almeno un piccolo ripasso veloce…che già mi ha messo un 28 sul libretto. Mando un sms a papà per comunicargli il risultato, arrivo a casa e trovo un post-it appeso sulla porta: “Allora, vuoi far pranzo con l’imbecille?”.

Così ho continuato. Con altre mille vicissitudini che un post non basta più. Laurea con le seguenti menzioni:
“brava brava, sorda e pure laureata, ma come hai fatto, sicuramente ti hanno aiutato, non è possibile che ci fossi riuscita da sola, ovvio, hai avuto un’interprete che ti suggeriva tutto, hai avuto compassione dai professori, non c’è un’altra spiegazione, magari qualche esame l’hai pure passato da sola, ma gli altri, eh? poverina, hai usato la 104 per non fare le prove orali, confessa! (sì, mi hanno chiesto pure quello, come tutto il resto che ho fedelmente riportato), da ragioneria a psicologia, no, sicuramente hai barato, incredibile come un sordo possa fare tutto senza sentire”, oltre ad un bastardissimo “tu, sorda e pure psicologa?” fino ad un ulteriore colpo basso: “no, dai, hai esagerato, ora vuoi pure fare la scuola di specializzazione in psicoterapia? E ma come farai?”. Appunto. Mai una passeggiata, e anche in questa scuola ho avuto mille altre grane, anche in termini di accessibilità, ma questa è un’altra storia ancora.
E ho ingoiato il tutto, a volte con soddisfazione, altre volte con braccia che mi cascano in continuazione a causa di una mentalità ancora rigida per cui qualunque tipo di disabilità non cognitiva tu abbia, sarebbe già tanto se tu riuscissi a diplomarti. Nel 2015.

Già la scuola dell’obbligo, un po’ ovunque (salvo ovviamente rare eccezioni) va male, e non stupiamoci se uno non riesce ad arrivare all’università. Non a causa della sua disabilità, attenzione, ma a causa dell’impreparazione di alcune figure professionali importanti, anche solo insegnanti curriculari, che non sempre sono in grado di fornire un adeguato accesso agli studenti con disabilità all’istruzione. Dite che molti sordi scrivono male? Prima di puntare il dito proprio contro i sordi adulti che non sempre hanno un adeguato livello di italiano scritto, facciamoci un giro nelle scuole italiane in cui ci sia almeno un sordo. Salvo rare eccezioni, c’è da strapparsi i capelli.

Io ho avuto culo: ho frequentato buone scuole, insegnanti cattivissimi, tanti fratelli, e, inutile nasconderlo, una buona copertura economica per pagarmi i servizi. Solo i servizi, oltre che ai libri, naturalmente. Perché ancora oggi sono sempre tantissimi i genitori che pagano più del dovuto perché il loro figlio sordo possa venire seguito bene anche fuori dalle mura scolastiche. Ed è una cosa che fa rabbia, fidatevi di me.

Oggi ero convinta di averne sentite di tutti i colori, fino a che pubblicano su un forum un articolo su una sorda laureata, seguito da commenti da parte di alcune persone sorde adulte che sottolineano che prima dell’entrata in vigore della 104, c’erano sordi che potevano laurearsi solo se studiavano, mentre oggi c’è chi “chiede la 104 per avere affianco un insegnante di sostegno, un tutor, un educatore” per poter passare gli esami.
Come dire: c’è da andare fieri se si è sordi e si riesce a laurearsi senza nessun aiuto.
Definiamo il concetto di aiuto. Non significa rendere più facili i corsi o gli esami, ma semplicemente più accessibili. Accessibilità ovviamente adeguata alla necessità di ogni singolo studente sordo. Che non significa: sei sordo? Salta l’esame scritto. Salta il test. Studia sui libri più facili.
E allora parlo per me. Limiti miei: zero residuo uditivo; lettura labiale per non più di un tot ore, anzi minuti, ma solo a determinate condizioni.
Ma il diritto allo studio è di tutti, nessuno escluso. E per la Convezione ONU per i diritti delle persone con disabilità, l’accessibilità è un diritto. Non un aiuto compassionevole. Non una scorciatoia per passare un esame o, peggio, il test d’ingresso nei corsi a numero chiuso.

E quindi: si spera sempre più laureati sordi, e meno stupore per ciò. Perché non sia un’eccezione, ma una normalità. Se almeno tutte, dico, tutte le università italiane, così come le scuole dell’obbligo, facessero davvero il possibile per rendere accessibili le lezioni, quella sarebbe davvero accessibilità.
Così che i sordi possano e vogliano studiare anche all’università e non fare una fatica 3.0 rispetto ai loro compagni. Che riescano a comprendere un mondo a loro inaccessibile e poi studiare, senza fare un doppio sforzo. Altrimenti il loro voto varrà doppio e la lode se la daranno da soli.